Il counseling (oppure counselling) in Italia è una libera professione non regolamentata. Ciò significa che, in assenza di norme, teoricamente chiunque può chiamarsi counselor e aprire uno studio di counseling.
Ovviamente, come in tutte le professioni, non è il diploma o una norma legislativa che determina se il cliente è soddisfatto della consulenza e di conseguenza il successo del counselor (oppure counsellor) sul mercato, ma la sua capacità professionale. Questa da un lato è data da fattori soggettivi del counselor come la maturità, l’esperienza, il suo personale modo di interagire con le persone; da un altro lato dipende da una specifica formazione nelle conoscenze e nei metodi del counseling.
Perciò in tutta Europa i singoli counselors e gli istituti di formazione in counseling si sono riuniti in associazioni professionali volontarie (che non sono albi), per stabilire i criteri di qualità delle formazioni, autodisciplinarsi secondo un codice di condotta etica e farsi accreditare da un’istanza super partes. In tal modo il cliente, nella scelta del counselor con il quale intende risolvere le proprie difficoltà personali, può valutare l’aspetto soggettivo e l’affinità durante un incontro personale, mentre riceve dall’associazione una certa garanzia sul secondo aspetto: la sua professionalità.
Siccome il counseling in Italia è una professione nuova, ancora in fermento, accompagnata da molte parole e discussioni e poca realpolitik, come è tipico per il nostro paese, ti vogliamo dare un quadro riassuntivo dei suoi sviluppi:
Nel 1937 alla Duke University negli Stati Uniti venne tenuto il primo corso in couple counseling. Il concetto di counseling si diffuse poi negli anni ’40 dopo le pubblicazioni di Carl Rogers e Rollo May con l’intenzione di assicurare un riconoscimento professionale a tutti coloro che svolgono un’attività che esige una buona conoscenza della personalità umana. Nel 1943 venne pubblicato il primo manuale di counseling per gli assistenti sociali. Approdando in Europa il counseling prese piede prima di tutto in Gran Bretagna negli anni ’70 e si espanse negli anni ’90 anche verso gli altri stati europei.
Con la liberalizzazione del mercato dei servizi, l’Unione Europea nel 2006 inizia a sintonizzare le varie legislazioni nazionali delle libere professioni con uno standard europeo.
In quest’ottica vale la pena vedere come è organizzato il counseling anche in altri paesi europei:
In diversi paesi europei le università stanno introducendo corsi di counseling sotto forma di master o di corsi di specializzazione. Spesso, purtroppo, insegnano molta teoria del counseling a scapito dell’esercitazione pratica e sottovalutando il percorso personale.
Alcune scuole di counseling si riferiscono allo “standard EAC” (European Association of Counselling) www.eacnet.org. L’EAC nel 1991 ha definito uno standard stabilendo dei criteri per il monte ore e i metodi impegnati nella formazione come per la condotta etica dei counselors.
In Italia, come il mondo politico è suddiviso in una marea di partiti e partitini, così pure il piccolo mondo di una professione appena nata è caratterizzato da un’estrema frammentazione: in 15 anni di storia si sono formate 6 maggiori associazioni di counselling (ognuna conta tra 40 e 80 scuole di formazione) e alcune associazioni minori.
La maggior parte di loro è nata da una scuola o da un gruppo di scuole di counseling e tuttora solo poche sono delle vere e proprie associazioni professionali. Mentre in alcune è palesemente visibile che proteggono gli interessi di una piccola lobby, altre sono aperte a tutti i counselors. Allora chi vuole diventare counselor e cerca un orientamento, rimane confuso, perché queste associazioni concordano solo su alcuni punti essenziali, mentre adottano criteri molto diversi nell’ammissione dei soci, nella durata delle formazioni, nei criteri di valutazione o nell’accreditamento delle scuole.
In questo panorama assai eterogeneo, attualmente notiamo due grandi correnti: la prima si è concentrata sul lobbying presso il Governo e le Regioni, perché il counselor venga riconosciuto come professione e regolamentato istituzionalmente.
La seconda corrente è più orientata a consolidare la figura professionale del counselor nella società e sul mercato senza rivolgersi al legislatore. Segue una logica pragmatica: se il web-designer, il marketing-manager o il fisioterapista sono diventati professioni con un’identità riconosciuta senza che una legge li abbia mai definiti, perché il counselor dovrebbe chiedere una definizione dalle autorità? Basta offrire ai clienti delle soluzioni alle loro richieste e lavorare bene; allora la professione si svilupperà da sola.
Non sappiamo come continuerà questo processo in futuro, ma una cosa è sicura: l’Unione Europea ha optato per la deregulation delle professioni e dal momento che gli albi storici come quelli dei medici, degli architetti o dei notai sono costretti a diminuire i troppi privilegi protezionisti, pena la sanzione dello Stato Italiano da parte dell’UE, non ci sembra il momento più adatto per istituzionalizzare le professioni che sono ancora giovani e flessibili. Perciò, a prescindere dai risultati che la prima corrente sta ottenendo, crediamo che il secondo approccio a lungo andare sia quello che dà la vera base alla nostra professione.
Tuttavia riteniamo importante anche il processo di lobbying politico, per dare più certezza specialmente ai counselors che si stanno ancora affermando sul mercato o a coloro che lavorano presso enti pubblici.
Con il D. lgs. 261 del 9 nov. 2007, che recepisce la Direttiva Comunitaria 2005/36/CE sulle qualifiche professionali, l’Italia ha raggiunto con un po’ di ritardo gli altri paesi europei che avevano installato le cosiddette piattaforme europee per riformare le professioni. La novità di questa legge è che in futuro lo Stato non riconoscerà le libere professioni (escluse quelle con albi) come tali, ma le associazioni professionali che a loro volta definiranno le professioni, le formazioni, l’aggiornamento, il codice deontologico, ecc. Questo principio dà più elasticità alle nuove professioni ed evita che si possa incrostare in una specie di “albo” come era successo ad altre, che al danno del consumatore si sono arroccati in un sistema di regole inteso alla loro tutela, definendo addirittura i prezzi minimi sul mercato.
Per avere un quadro sul counseling in Italia da una fonte indipendente dall’appartenenza a un’associazione professionale, puoi vedere il sito http://www.counselingitalia.com
In considerazione di questa situazione politica e culturale e consapevoli del fatto che è più facile proporre una formazione quando si appartiene a un organizzazione più grande che raccoglie diverse scuole, tra le varie associazioni di counseling esistenti in Italia abbiamo scelto la FAIP www.faipnet.com che ha accreditato l’Istituto Maithuna srl per la formazione in counseling a indirizzo relazionale.
Inoltre i soci dell’Istituto Maithuna srl sono membri dell’EAC (European Association for Counselling) e il nostro corso di formazione in counseling è conforme al 1° livello dello standard EAC, estendibile al 2° livello dopo un certo periodo di pratica professionale supervisionata.